Concerti d'autunno di Rete Due

Radiotelevisiove svizzera, Rete Due

Orchestra della Svizzera italiana

 

Nella storia dell’arte e della musica, ci sono luoghi chiave: spazi centrali, luoghi simbolo. L’Atene di Pericle, la Firenze dei Medici, la Parigi tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento. Questa nuova serie di concerti, dal suggestivo titolo “Parigi boulevards”, vuole testimoniare di un luogo, uno spazio, dove il confronto e la lotta tra modernità e tradizione, avanguardia e conservazione, ha toccato punte di straordinaria creatività. La capitale della Francia, la “ville lumière”, che fonda il marchio della francesità, da sempre è stata soprattutto una città aperta, accogliente, “polifonica”, uno spazio illuminato, capace di stimolare nel proprio interno i dibattiti più interessanti, i confronti più vivaci, le creazioni più importanti. Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, Parigi divenne lo snodo cruciale di due epoche, il polo di confronto di due mondi molto diversi: da una parte, il tardo romanticismo e l’ultimo sogno wagneriano, fitto di introspezione e sinfonismo, incarnato – seppur in modi distinti e variegati - nella musica dei Chabrier, Offenbach, Gounod, Franck, Fauré, Saint-Saens; dall’altra, le nuove forme novecentesche, ricolme di novità, ironia e leggerezza, delle composizioni di Debussy, Satie, Ravel, Stravinskij, e i componenti del gruppo de “I Sei”. C’è un legame sottile, invisibile, che da sempre lega l’io al mondo, l’individuo con la realtà. E la grandezza dei romantici è stata la ricerca di quel difficile equilibrio, nella lotta appassionata per armonizzare la propria finitezza con l’infinità dell’universo, la propria caducità con l’immortalità del desiderio. I nuovi moderni, Debussy, Satie, Ravel, Stravinkij, con la loro musica che ascolteremo, erano persuasi che i tardo romantici, sopratutti Wagner, Liszt, Franck e Saint-Saens, avessero spinto questo rapporto, questo equilibrio, troppo a favore di un’introspezione e un soggettivismo eccessivamente marcato, che sfuma spesso in un malinconico soliloquio. Ascoltando e osservando gli ultimi compositori di influenza prevalentemente tedesca – Offenbach, Franck, Saint-Saens, Fauré – per primi, Debussy, Stravinskij e i loro eredi, capirono che occorreva controbilanciare il grande peso della tradizione tardo-romantica, con qualcosa di fresco, leggero, ironico: una musica spesso ispirata alle forme di cultura fino ad allora considerate minori: i suoni della strada e dei lunapark, gli spettacoli del circo, le canzoni dei cabarets. Così, in questa nuova stagione di concerti – insieme omogenea e diversificata, tematica ed aperta – attraverso l’ampolla di cristallo dei suoni, vedremo confrontarsi i poli centrali della nostra stessa esistenza: là dove dialogano o si respingono la profondità e la superficie, la pesantezza e la leggerezza, il dolore e la gioia.

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